venerdì 2 luglio 2010

Israele vuole risarcire le vittime della Mavi Marmara

Israele sarebbe pronto a risarcire le famiglie delle vittime turche del blitz compiuto il 31 maggio scorso in acque internazionali contro la flottiglia di attivisti filo-palestinesi che cercava di rompere il blocco della Striscia di Gaza. Secondo i media israeliani, l'offerta sarebbe stata avanzata dal ministro dell'Industria, Benyamin Ben Eliezer, nell'incontro segreto avuto mercoledì a Bruxelles con il titolare degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu: incontro (reso poi di pubblico dominio) organizzato per cercare di riprendere il filo del dialogo fra i due ex alleati strategici dopo le roventi polemiche seguite al blitz e dopo mesi di tensioni ininterrotte. Stando a quanto comunicato ufficialmente dal governo turco, il colloquio sarebbe avvenuto su iniziativa israeliana e Davutoglu avrebbe semplicemente ribadito a Ben Eliezer ciò che Ankara si aspetta per sanare la ferita causata dai fatti del 31 maggio: le scuse d'Israele, il risarcimento, un'inchiesta
internazionale e la fine del blocco navale di Gaza. La ripresa di contatti informali fra i due Paesi appare del resto già minata dalle polemiche interne esplose in seno al governo israeliano, dove il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman (Israel Beitenu, destra radicale), s'è pubblicamente lamentato con il premier, Benyamin Netanyahu (Likud, destra tradizionale), per essere stato tenuto all'oscuro fino all'ultimo della missione affidata al laburista Ben Eliezer. Mentre sulla stampa turca si sottolinea come l'incontro di
Bruxelles non abbia diradato le tensioni sulla questione degli spazi aerei: chiusi nei giorni scorsi dalla Turchia a tutti i voli militari israeliani con un provvedimento che potrebbe essere ancora allargato ai voli civili.

giovedì 1 luglio 2010

Mille prigionieri per Shalit


Israele è disposto a pagare un caro prezzo - mille detenuti palestinesi - «ma non qualunque prezzo» per la liberazione del soldato Ghilad Shalit, da quattro anni prigioniero di Hamas a Gaza. Questo il senso del messaggio che il premier Benyamin Netanyahu ha rivolto oggi alla popolazione per spiegare le ragioni della sua condotta davanti a una parte dell'opinione pubblica che reclama a voce sempre più alta il ritorno di Shalit alla sua famiglia. In Israele - spiega Giorgio Raccah dell'Ansa - è intanto giunta al quinto giorno la marcia che i genitori del soldato, Noam e Aviva Shalit, stanno attuando, accompagnati da centinaia, se non migliaia, di israeliani, dalla loro abitazione a Mitzpe Hila, in Alta Galilea, alla residenza del premier a Gerusalemme per reclamare la liberazione del figlio. In un discorso trasmesso dai media elettronici del paese Netanyahu ha detto di aver accettato «col cuore pesante» la proposta del mediatore tedesco di scarcerare un migliaio di palestinesi, tra i quali anche «terroristi» ritenuti molto pericolosi. A questa proposta, ha aggiunto, Hamas non ha ancora risposto, mentre alcuni suoi esponenti hanno perfino aggravato le loro richieste. L'assenso israeliano, ha spiegato Netanyahu, è subordinato a due condizioni: la prima è che i palestinesi più pericolosi non ritornino in Cisgiordania ma vadano in esilio all'estero o a Gaza; la seconda è il rifiuto di liberare «arciterroristi» perché rafforzerebbero Hamas e causerebbero nuovi attentati. A questo proposito Netanyahu - che ha ricordato il prezzo personale pagato quando il fratello Jonathan fu ucciso a Entebbe nel 1976 nell'operazione di salvataggio dei passeggeri di un aereo della Air France partito da Tel Aviv e dirottato da un commando di terroristi palestinesi e tedeschi - ha detto che l'esperienza di passate liberazioni in massa di detenuti palestinesi in cambio di soldati ha dimostrato che almeno metà hanno ripreso dopo poco tempo attività terroristiche e causato l'uccisione di altri israeliani. «Non c'è israeliano che non voglia il ritorno di Shalit»,ha detto Netanyahu, ricordato che a questo fine Israele opera apertamente e per vie segrete. «Io ho davanti agli occhi la famiglia di Shalit e anche quelle che di vittime del terrorismo. Come primo ministro devo prendere tutti gli elementi in considerazione, per non ripetere gli errori del passato e portare su di noi nuove tragedie».

martedì 29 giugno 2010

L'altro Ghetto di Roma conquistato dal Vaticano


Roma aveva un secondo Ghetto ebraico. Si trovava tra lungotevere Pierleoni e piazza Monte Savello. Era una piccola zona a un passo dal Portica d’Ottavia, dove si trova l’antico quartiere degli ebrei romani. Lo chiamavano il Ghettarello.
Sulle testimonianze della sua esistenza sta lavorando da mesi l’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma (Ascer), che ha rinvenuto antichi e preziosi documenti. Tra i più importanti, uno in particolare ne accerta l’esistenza e risale agli anni 1731-1735: «Passato il portone del Ghetto detto Quattro Capi vi è la strada avanti al palazzo dei SS. Savelli, che introduce al vicoletto chiamato Porta Leone, a mano dritta vi è un portone dove si entra al cortiletto detto il Ghettarello il quale portone si apre e si serra nel tempo che si aprono e si serrano i portoni del Ghetto». L’apertura e la chiusura dei cancelli del Ghetto in contemporanea con l’apertura e la chiusura dei cancelli del Ghettarello testimonia che le due zone erano distinte, anche se limitrofe.
All’interno del Ghettarello c’era anche una sinagoga, chiamata Porta Leone. Il luogo di culto esistette fino al 1555, dopo la costruzione del Ghetto fu chiuso e poi riaperto fino alla definitiva chiusura nel 1735. Per arrivarci bisogna varcare i cancelli. L’ingresso alla zona ancora oggi è interrato sotto un piccolo giardino recintato, dentro il quale è contenuta la colonna votiva per i caduti della Prima guerra mondiale eretta a suo tempo con il contributo di 200 lire dall’Università degli ebrei di Roma (oggi Comunità ebraica, ndr). A testimonianza dell’uso della sinagoga la stessa bolla papale Cum nimis absurdum di Paolo IV. Gli ebrei utilizzavano i locali dell’«altro Ghetto» anche come magazzini, dove conservavano vino, farina, azzime, e materiale di vario genere vecchio o inutilizzato.
Il Ghettarello fu inoltre al centro di un lungo contenzioso proprio tra la Santa Sede e gli ebrei romani, quando il 23 luglio del 1731 fu notificato al rabbino Sabato Di Segni un’ordinanza che prevedeva l’evacuazione dei locali entro otto giorni. Lo scambio di lettere e documenti nel tempo sono la vera fonte che prova con certezza l’esistenza di quest’area «recintata» e utilizzata dagli israeliti. Alla fine della disputa tra le due parti gli ebrei dovettero cedere sotto forzatura del Santo Uffizio e venne ordinata la chiusura della sinagoga del Ghettarello, dopo 150 anni di esercizio. Le famiglie che si recavano lì per pregare dovettero così iniziare a frequentare gli altri luoghi di culto ebraici di Portico d’Ottavia. Una seconda piccola diaspora, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Le 100 scuole islamiche abusive d'Israele

Ci sono almeno 500 scuole elementari non registrate nel Nord di Israele, delle quali oltre un centinaio sono gestite dal Movimento islamico. È quanto ha denunciato oggi un funzionario del ministero dell'Educazione israeliano, Orna Ben-Simhon, durante una discussione alla Knesset. Il ministero dell'Educazione, ha continuato Ben-Simhon, è preoccupato per il fenomeno, e in particolare dell'infiltrazione del movimento islamico nelle scuole e negli asili, che continuano a operare anche se le licenze sono state revocate. I deputati arabi presenti al vertice hanno insistito sulla legalità di queste attività. Ben-Simhon ha anche fatto notare come i bambini che frequentano le scuole elementari nelle città arabe hanno protestato contro Israele dopo il raid compiuto contro la 'Freedom flotillà. Per contrastare queste scuole il ministro dell'Istruzione Gideon Sàar (Likud) ha creato una speciale commissione incaricata di ispezionare ogni nuova scuola elementare e verificare che i programmi non prevedano insegnamenti contrari allo Stato ebraico e all'esistenza di Israele. L'organismo sarà responsabile di approvare le licenze in base al programma scolastico che verrà supervisionato. In caso di violazioni, la scuola verrà chiusa.

Olanda, poliziotti con la kippà contro gli antisemiti

Poliziotti in abiti civili con la kippà (il copricapo) in testa potrebbero essere utilizzati in Olanda nell'ambito della lotta contro fenomeni di antisemitismo, se il parlamento olandese approverà una proposta presentata nei giorni scorsi da un deputato e giudicata oggi «un'opzione possibile» dal ministero della giustizia. L'idea di travestire poliziotti per combattere forme di
intolleranza non è nuova. Nel passato, poliziotti olandesi si sono fatti passare per omosessuali per consentire l'arresto di un uomo che entrava in contatto con gay via internet per poi molestarli e derubarli. A proporre di far indossare la kippà a poliziotti in abiti civili è stato il deputato laburista di origine marocchina Ahmed Marcouch. L'idea è di fargli pattugliare i quartieri e le strade dove più di frequente si registrano episodi di intimidazione e offese contro ebrei. Nel 2009, sono stati 167 i casi segnalati di violenze fisiche e di profanazione di sinagoghe in Olanda, secondo il centro olandese di informazione e documentazione su Israele.

lunedì 28 giugno 2010

Manifestazione per Shalit, le foto dei lettori (3)





Ringrazio per le fotografie, in particolare, Emanuele Vaccaro e Micol Anticoli.

Manifestazione per Shalit, le foto dei lettori (2)



Manifestazione per Shalit, le foto dei lettori




domenica 27 giugno 2010

Daniela Di Castro, il cordoglio della politica


L'impegno di Daniela Di Castro per la cultura è stato immenso. La direttrice del Museo Ebraico di Roma ci ha lasciati da poche ore. Subito, appresa la notizia, i maggiori esponenti del mondo civile hanno voluto ricordarla con parole di stima e affetto.
"A nome di tutta l'Amministrazione comunale voglio rivolgere le più profonde condoglianze alla comunità ebraica per la scomparsa della signora Daniela Di Castro, direttrice del Museo ebraico di Roma", ha detto Gianni Alemanno. Il sindaco di Roma ha aggiunto: "Resterà sempre il ricordo di una persona di grande gentilezza d'animo, di profondo radicamento nella cultura ebraica e capace di un'autentica apertura al dialogo nei confronti di tutta la città". Il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, ha espresso "a nome di tutta l'Amministrazione regionale il più sincero cordoglio" per la scomparsa di Daniela Di Castro unendosi "al dolore di tutta la Comunità ebraica". Stesse parole espresse dal presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che aggiunge: "Rimarrà sempre vivo in noi il ricordo della sua grande impegno nel dirigere con passione e dedizione il museo ebraico di Roma". Tra i tanti messaggi di affetto alla famiglia Di Castro non è mancato quello del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi: "Una delle grandi studiose della cultura ebraica. La Di Castro è riuscita in questi anni a rilanciare una importante Istituzione come il museo ebraico, al contempo luogo della memoria, della cultura e della storia e punto di riferimento della Comunità ebraica italiana».

L'ultima intervista a Daniela Di Castro

Addio a Daniela Di Castro. Il ricordo di Pacifici


Questa mattina la Comunità ebraica di Roma ha salutato per l'ultima volta Daniela Di Castro, storica dell'arte e direttrice del Museo Ebraico di Roma, nel cimitero di Prima Porta. Daniela è morta venerdì sera. Fino all'ultimo momento ha lavorato per gli ebrei romani, per restituire dignità alla storia di una Comunità ricca di storia e con un patriomonio culturale immenso da gestire. Il Museo Ebraico della Capitale è oggi il fiore all'occhiello non solo di chi frequenta Portico d'Ottavia, ma anche per tutti i romani e i turisti che ogni giorno pagano un biglietto per ammirare i gioielli di Lungotevere Cenci.
"Il suo più grande merito è stato quello di rifondare il Museo ebraico, che compie in questi giorni 50 anni, facendolo diventare un'eccellenza sia nel gradimento della gente sia nella sua capicità espositiva", ricorda il presidente Cer Riccardo Pacifici. "Un carattere forte - prosegue Pacifici - che con la sua autorità culturale era capace anche nei momenti di dissenso di convincere
della giustezza delle sue scelte. Debbo dire che alla fine ha sempre avuto ragione e ne abbiamo raccolto tutti i meriti. Ha trasformato il Museo ebraico non in un luogo polveroso ma di grande accoglienza, a tal punto che nelle grandi occasioni abbiamo usato il Museo stesso anche per eventi mondani, per cene e piccoli convegni». Di Castro è stata, tra l'altro, la direttrice che ha mostrato a Papa Benedetto XVI il Museo durante la sua visita in
Sinagoga, così come quella che ha organizzato la rassegna per i 95 anni di Toaff. "Una donna - spiega ancora Pacifici - che ha fatto del Museo il biglietto da visita della Comunità. Non c'era personaggio istituzionale, politico o religioso che non passasse per il museo. Come a dire, questa è la nostra storia, ecco da dove veniamo. È sempre stato il primo punto di approccio alla nostra comunità. I suoi ultimi impegni: il raduno di tutti i direttori dei musei ebraici di Europa, i 50 anni del Museo di Roma e una mostra a New York saranno ora i nostri impegni".

Rissa al Campidoglio, partono le prime denunce

Una denuncia ai carabinieri sugli incidenti scoppiati la sera di giovedì scorso sulla scalinata del Campidoglio, è stata presentata da quattro attivisti della Rete romana per la Palestina che parlano apertamente di «aggressione subita» e non di rissa e che «i responsabili dell'aggressione vengano individuati e perseguiti a termini di legge per i reati compiuti». Lo fa sapere la stessa Rete che ha già nominato i suoi legali che seguiranno il corso delle indagini. Giovedì 24 giugno, mentre era in corso al Colosseo una manifestazione per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, a cui erano presenti, oltre alla comunità ebraica romana anche il sindaco Alemanno e il presidente della Provincia di Roma, Zingaretti, sulla scalinata del Campidoglio una quarantina di attivisti filo-palestinesi accendevano dei lumini per ricordare gli oltre 10mila palestinesi nelle carceri israeliane. «Denunciamo l'aggressione subita da un gruppo di squadristi riconducibili alla comunità ebraica romana - dice la Rete in un comunicato - di questo si è trattato e non di una rissa. Due attivisti sono stati ricoverati in ospedale, uno deve essere operato e l'altro ha riportato un trauma cranico. Almeno altre quattro persone hanno subito percosse e contusioni». La Rete ha fatto sapere di avere un video della manifestazione in Campidoglio (in realtà non si vede l'aggressione perché, come detto dagli attivisti della Rete, fino ad allora tutto si stava svolgendo pacificamente poi al momento del presunto raid l'operatrice con la telecamera non ha potuto filmare). «Abbiamo sporto denuncia per poter utilizzare le registrazioni delle telecamere del Campidoglio», ha detto un'altra attivista. Diversa la versione della comunità ebraica che ha parlato di aggressione da parte dei militanti filo-palestinesi armati di coltelli e catene. «Strano, però - ribattono dalla Rete - in realtà le forze dell'ordine hanno scortato noi fino alle nostre automobili e motorini. In genere sono le vittime ad essere protette e non gli aggressori». La Rete romana per la Palestina ha fatto sapere che «chiederà un incontro urgente con il Prefetto e il Sindaco di Roma affinché venga tutelato il diritto di espressione a sostegno della Palestina senza consentire impunità a nessuno».

sabato 26 giugno 2010

Scontri al Campidoglio, ecco le due versioni dei fatti


La maggior parte dei lettori è di sicuro già informata circa i fatti avvenuti a margine della manifestazione del Colosseo, giovedì sera, per chiedere la liberazione di Gilad Shalit. La scalinata del Campidoglio è stata teatro di uno scontro tra due gruppi. Scontro verbale e fisico. Il primo gruppo è formato dai rappresentanti della Rete romana per la Palestina. Il secondo, da alcuni cittadini romani di religione ebraica. La dinamica dei fatti non è chiara. Saranno le telecamere che sorvegliano l'area del Campidoglio a dire cosa è successo. Per ora circolano due versioni. La prima è stata fornita dalla Rete romana per la Palestina (Loretta Mussi, Franco Speranza, Josef Salmain, Franco Nobile), la seconda dal presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. Di seguito, ve le riporto.

RETE ROMANA PER LA PALESTINA
I quattro rappresentanti: "La notte di giovedì eravamo sulla scalinata ad accendere in modo pacifico mille candeline per ricordare al mondo i più di mille prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Alle 23.15 circa un gruppo di circa quaranta persone è salito dal Teatro Marcello, dalla zona del Ghetto. Ci hanno subito aggrediti, al grido di 'arabi di merda', strappandoci lo striscione e la bandiera palestinese. Erano tutti a volto scoperto. Poi, utilizzando anche armi come tirapugni, hanno iniziato a picchiare. Non è stata una rissa bensì un'aggressione. Il gruppo viene poi richiamato da un capo e torna verso il Teatro Marcello. Dopo poco giunge dal Colosseo un gruppo più pacifico. Ci chiedono cosa sia successo. Noi rispondiamo che gli ebrei del ghetto ci hanno aggrediti. Loro replicano: siamo noi gli ebrei del ghetto. Di lì nasce un secondo scontro verbale. Tornano anche i ragazzi del primo raid. Vola anche qualche manata. Chiediamo alla polizia di intervenire. Solo quando il si stava per tornare violentemente alle mani le forze dell'ordine hanno formato un doppio cordone di sicurezza tra noi e loro. Siamo poi stati scortati alle nostre macchine. Quella è stata un'aggressione squadrista sionista. Al di là del procedimento legale (sporgeremo denuncia), chiediamo le scuse ufficiali della Comunità ebraica di Roma perché noi non abbiamo neanche alzato un minimo slogan antisemita, eravamo lì per manifestare e basta. Se si vuole mantenere una convivenza civile in questa città, bisogna che i rappresentanti ebrei prendano le distanze da questi squadristi. Ci appelliamo anche al sindaco Alemanno".

COMUNITA' EBRAICA DI ROMA
Riccardo Pacifici: "La nostra era una manifestazione pacifica (quella per Gilad Shalit, ndr) che si è conclusa in modo poco piacevole. Da ciò che ci risulta c'è stata una manifestazione non autorizzata, su cui però non entriamo nel merito. Chi sono i provocatori? Noi ebrei non siamo più buoni degli altri. E' successo che i cittadini romani di religione ebraica tornavano dal Colosseo, dalla manifestazione. Erano famiglie, bambini, donne e uomini. E davanti al Campidoglio siamo stati insultati. Qualcuno ha reagito: noi deprechiamo ogni tipo di violenza, ma non sono qui a fare il censore di nessuno, ognuno risponderà delle proprie azioni. Anzi, siamo noi a chiedere maggiori approfondimenti nelle indagini. Le forze dell'ordine erano presenti per difendere da eventuali attacchi i manifestanti e hanno evitato che la situazione potesse degenerare. Siamo stanchi di stare in una situazione che ci vede in uno stato di polizia h24. Le lezioni del passato sembra non siano finite e ogni volta che qualcuno si deve sfogare in merito ai fatti del Medio Oriente va al Portico d'Ottavia per rendere conto di questo agli ebrei di Roma. Non ho visto a Roma cose del genere fatte a piazza Vittorio contro, ad esempio, i cinesi, per i crimini commessi nella loro patria. Non abbiamo nulla di cui scusarci. sarà la polizia a dire se dovremmo farlo". Nel corso della conferenza stampa prende la parola Roberto Di Veroli, testimone dei fatti: "Erano le 23.30 quando ero in motorino per tornare a casa. Ho visto del movimento in Campidoglio. Stavano inveendo contro gli ebrei del Ghetto. Tutti urlavano contro di noi e io gli ho risposto: 'sporchi antisemiti'. Loro hanno iniziato a urlare: 'assassini, assassini'. Erano facinorosi". La testimonianza di Stefania: "Ero assieme a mia figlia. Stavo tornando dalla manifestazione. Avevo parcheggiato la macchina nei pressi di Portico d'Ottavia e siamo andate lì a piedi. Ci siamo sentite dire: 'assassini di merda'. Ci siamo girate e abbiamo visto che avevano i caschi, catene e spranghe. Ho detto a mia figlia di star calma. Abbiamo allungato il passo, ci siamo dirette verso i vicoli e siamo entrate in macchina". La testimonianza di Daniela Della Seta: "Stavo camminando su via Arenula e ho sentito tanta confusione e gente che urlava 'tornatevene al Ghetto'. L'aria era brutta. Mi hanno circondata e sono caduta per terra. Mi hanno dato calci. Non mi sono sentita di reagire".

giovedì 24 giugno 2010

Le grida di Noam Shalit

La comunità europea e quella internazionale devono far pressione su Hamas perché liberi il soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero da quattro anni a Gaza. L'appello arriva dal padre di Shalit, Noam, che ieri sera è intervenuto al Colosseo nel corso della manifestazione organizzata dalle associazioni ebraiche (Benè Berith Giovani e Unione giovani ebrei italiani) per chiedere il rilascio del soldato, tra l'altro cittadino europeo (francese) e cittadino onorario di Roma. «Io chiedo ed esigo - ha sottolineato Noam Shalit - che la Comunità Internazionale, e in particolare la Comunità Europea, che ha saputo fare pressione sul governo israeliano per compiere dei passi di carattere umanitario nei confronti dei palestinesi di Gaza, possa compiere, con tutti i mezzi a sua disposizione, altrettanta pressione sui leader di Hamas per compiere un piccolo passo umanitario nei confronti di un suo cittadino, Gilad, la cui liberazione porterebbe al rilascio di centinaia di detenuti palestinesi». «Anche il nostro tentativo di far recapitare a Gilad una nostra lettera attraverso la flottiglia di pacifisti, tre settimane fa, è fallito - ha ricordato - a causa del rifiuto da parte della stessa organizzazione umanitaria che aveva organizzato la flottiglia». «Chi pretende che siano rispettati i propri diritti, ha il dovere - ha spiegato Noam Shalit - di rispettare i diritti degli altri, e non può continuare a ignorare il diritto internazionale e i diritti umani più basilari». Shalit ha poi ricordato l'odissea del figlio e i tentativi fatti per liberarlo: «Da quattro anni è tenuto in isolamento, senza nessun contatto esterno, può vedere solo i suoi rapitori. Sono quattro anni che alla Croce Rossa Internazionale (CICR), o a qualsiasi altra organizzazione umanitaria, è precluso di stabilire un contatto con Gilad, nonostante l'attuale attività delle organizzazioni umanitarie nella Striscia di Gaza. Da quattro anni Hamas viola e ignora la III Convenzione di Ginevra. Tiene prigioniero Gilad come un ostaggio per ricattare Israele; è una grave violazione del diritto internazionale e un grave crimine di guerra ai sensi dell'articolo 8 dello Statuto di Roma». E subito dopo ha rammentato la mozione adottata a maggioranza nello scorso mese dal Parlamento europeo a Strasburgo per la liberazione del figlio, così come l'invito della Commissione Goldstone dell'Onu ed anche l'iniziativa del mediatore tedesco per uno scambio di detenuti in base al quale Israele avrebbe rilasciato mille prigionieri per il rilascio di Gilad Shalit. «Purtroppo ancora oggi Hamas - ha gridato - continua a ignorare il diritto e le convenzioni internazionali e ignora anche gli appelli del Consiglio per i diritti umani dell'Onu e del Parlamento europeo per la liberazione di Gilad. Inoltre Hamas non è disposta ad accettare la generosa proposta tedesca per uno scambio di detenuti, proposta che Hamas stesso aveva collaborato a formulare». «Sono ormai 4 lunghi anni che nostro figlio Gilad, un giovane in carne e ossa, oggi ventiquattrenne, rivolge a noi il suo muto urlo, dai bui scantinati di Hamas, privi di sole e di vita. Un urlo muto - ha concluso - ma che riecheggia e chiede una cosa soltanto: restituitemi la mia libertà, la libertà scippatami 4 anni fa. Io sono qui oggi a Roma, capitale d'Italia, una delle città principali, più antiche e importanti d'Europa e del mondo civile in generale, e faccio appello alla Comunità Internazionale e alla Comunità Europea in particolare: non dimenticate Gilad, cittadino europeo e cittadino onorario di Roma. Non dimenticatelo, cos come Roma non lo dimentica».

Al Colosseo l'Inno d'Italia sotto le bandiere di Israele

In 5 mila al Colosseo per Gilad Shalit libero


«Roma per Shalit». È scritto così accanto alla grande foto di Gilad Shalit posizionata sul palco proprio ai piedi del Colosseo. Shalit è il soldato israeliano che il 24 giugno di 4 anni fa è stato fatto prigioniero dai terroristi di Hamas e che ancora oggi è sequestrato e tenuto in ostaggio. Roma, le sue istituzioni e la Comunità ebraica si sono strette questa sera intorno a Shalit e alla sua famiglia, con in testa il padre Noam. Tanta gente, gli organizzatori hanno parlato di 5mila persone, è accorsa questa sera sotto il Colosseo per chiedere la liberazione di Shalit. Bandiere con la stella di David e musiche israeliane hanno riempito il piazzale tra l'Arco di Costantino e l'Anfiteatro Flavio che alle 11 in punto è rimasto completamente al buio. Alla manifestazione hanno partecipato il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, quello della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, il rabbino capo, Riccardo Di segni, il presidente della comunità ebraica, Riccardo Pacifici, il presidente dei giovani ebrei italiani, Giuseppe Piperno, il presidente del Benè Berith Giovani, Angelo Moscati, il ministro Andrea Ronchi, il presidente dell'Udc, Lorenzo Cesa e i bambini della scuola Polacco. Una serata per combattere l'indifferenza. Sullo schermo sono state trasmesse le immagini di un video di Shalit girato dalla prigionia. «L'affetto che Roma prova per Gilad è grande», ha detto Piperno. Gilad Shalit è stato poi proclamato presidente onorario del Benè Berith Giovani. Il sinadaco Alemanno ha detto: «Due anni fa si è avverato il sogno di dichiararlo cittadino onorario della Capitale, è un segnale profondo da un punto di vista politico e un modo per rendere più giusta questa città. Da quando la sua immagine è in Campidoglio i pacifisti a senso unico stanno lontani come gli ipocriti. Perché se non si rispettano giustizia e verità e tutti i popoli non si è degni di parlare di pace. Gilad ha il diritto di essere libero. Rappresenta la lotta quotidiana per la libertà e fino a quando Gilad non sarà libero non saremo degni di essere liberi. Fino a quando Israele sarà minacciato tutto l'Occidente sarà minacciato. Siamo con Gilad perchè siamo per la libertà di tutto il mondo». Prima del sindaco aveva parlato Di Segni: «Un prigioniero politico non è differente dagli altri ed è ora di farla finita con questa storia». Mentre Zingaretti ha affermato: «Siamo qui per lanciare un messaggio forte: nessuno faccia finta di sapere e di non vedere e soprattutto nessuno faccia finta di dimenticare Shalit. Si può dire di tutto sulle vicende di Gaza ma questa è chiarissima: Gilad non è un prigioniero di guerra ma un atto di terrorismo. Siamo qui per un ragazzo che è vittima di una vicenda barbarica. Gilad è un ragazzo che non c'entra nulla». A salire sul palco è stato anche il padre del ragazzo in mano di Hamas che ringraziando le istituzioni italiane e romane ha detto: «come da 4 anni Hamas viola le convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma». Polverini ha detto invece che «siamo qui perchè vogliamo manifestare tutto il nostro affetto ai genitori per quello che questo atto di terrorismo gli sta facendo. Sono qui perchè sono cittadina di Roma e sono orgogliosa che Gilad ne è diventato un cittadino onorario».

Frattini a Noam Shalit: Hamas si conferma terrorista


Il governo italiano esprime «pieno e convinto sostegno» per la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nel corso di un incontro alla Farnesina con Noam Shalit, padre del giovane soldato, prigioniero di Hamas a Gaza da quattro anni. «Credo che il rapimento e la detenzione (di Shalit, ndr) sia contro ogni regola internazionale, dimostri la natura terroristica di Hamas e confermi perché i paesi dell'Ue non possono considerarlo un interlocutore politico», ha dichiarato Frattini ai giornalisti. Il ministro ha quindi sottolineato come l'Italia «debba lavorare con quelli che possono esercitare pressioni su Hamas» perché accetti la proposta di scambio di prigionieri con lo Stato ebraico. Frattini ha concluso
auspicando che «la pressione» del governo italiano su Israele per «attenuare» il blocco di Gaza trovi corrispondenza nella liberazione di Shalit.

Noam Shalit: Roma non dimentica mio figlio


Riporto un articolo dell'Ansa sulle iniziative di oggi in aiuto di Gilad Shalit.

Le luci del Colosseo, il monumento simbolo di Roma, questa sera alle 23, alla mezzanotte israeliana, si spegneranno per chiedere l'immediata liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano catturato quando aveva 19 anni il 25 giugno del 2006 al confine con la striscia di Gaza. Domani ricorre il quarto anniversario dal rapimento. Luci spente anche per il Castello Sforzesco, a Milano, e per la Mole Antonelliana, a Torino. Per partecipare all'iniziativa il padre di Gilad è arrivato ieri a Roma e ha incontrato privatamente, in Campidoglio, il sindaco di Roma Gianni Alemanno. All'iniziativa, promossa dai movimenti giovanili Benè Birth Giovani e l'Unione Giovani Ebrei Italiani (Ugei), parteciperanno Alemanno, il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. Il giovane soldato, la cui immagine campeggia sulla facciata del Campidoglio per chiederne la liberazione, è cittadino onorario dal 20 dicembre del 2008. «Apprezzo veramente - ha detto il padre di Gilad Shalit -
quello che sta facendo la città di Roma, che Roma non dimentichi mio figlio e che si parli di lui. Mio figlio da 4 anni viene detenuto a fini di estorsione e questo rappresenta una violazione internazionale oltre che un crimine di guerra». «La giornata di oggi - ha sottolineato Alemanno - non può essere dimenticata. È purtroppo il quarto anniversario dal rapimento di Gilad e il Colosseo è il simbolo importante e potente da usare ogni qual volta vengono violati i diritti dell'uomo. Dopo 4 anni non si può più parlare di rapimento ma di sequestro».

Lancio di pietre contro gli ebrei tedeschi

Un gruppo di giovani musulmani ha attaccato in Germania i membri di un corpo di ballo ebraico lanciando pietre contro di loro durante una performance domenica scorsa ad Hannover (Bassa Sassonia, Nord): l'episodio, riporta il quotidiano Berliner Morgenpost, è stato condannato duramente della comunità ebraica tedesca, che ha espresso particolare sorpresa per la giovane età degli aggressori, alcuni dei quali avevano appena 10 anni. Il ministro regionale per l'integrazione, Ayguel Oezkan, si è detto «profondamente scioccato» dall'aggressione, che ha preso di mira il gruppo 'Chaverim' ('Amicì in ebraico). Da parte sua, la presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Charlotte Knoblauch, ha commentato che l'episodio segna «una nuova provocazione sociale, che già nelle scorse settimane era chiaramente visibile come non lo era mai stata prima». Ma soprattutto, ha aggiunto la Knoblauch al quotidiano Die
Welt, «ciò che mi fa soffrire in modo particolare è vedere che i pregiudizi antisemitici si manifestano già in modo così violento tra bambini e adolescenti». I giovani, tra 10 e 15 anni di età, di origini libanesi, iraniane e palestinesi, erano in tutto una trentina e gridavano 'fuori gli ebreì, secondo il Berliner Morgenpost. Il sindaco di Hannover, Stephan Weil, ha definito l'aggressione «inaccettabile, spiegando che finora nulla fa pensare a un attacco premeditato o preparato da un'organizzazione».

Alemanno: stasera spengo il Colosseo per Shalit


Colosseo a luci spente, questa sera, per chiedere la liberazione del cittadino onorario di Roma Gilad Shalit. L'iniziativa è promossa dall'Unione giovani ebrei d'Italia e dall'associazione Benè Berith Giovani ed è stata preceduta, questa mattina in Campidoglio, dall'incontro del sindaco Gianni Alemanno con il padre di Gilad, Noam Shalit. «Sono stato molto contento di accettare la richiesta di spegnere le luci del Colosseo nel giorno del quarto anniversario della prigionia di Gilad - ha detto Alemanno - è importante che un simbolo come il Colosseo sia utilizzato per mandare un segnale contro questo gravissimo abuso nei confronti di un nostro cittadino onorario». E se Alemanno ha detto che «per Gilad non si può più parlare di rapimento ma di sequestro», il padre del soldato rapito da Hamas ha sottolineato che suo figlio «vive in completo isolamento da 4 anni mentre i leader di Hamas stanno ignorando tutte le convenzioni internazionali».